Lucia ed io

Diciamo la verità anche se tante volte la maledico infondo la scelta di lavorare con le donne non la rinnegherei mai. Penso spesso che se avessi deciso il contrario sarebbe stato più semplice, nessuna immedesimazione, quella sensazione rassicurante di non poter capire e quindi di non dovermi impegnare a farlo. Forse sarei finita in una professionalità diluita in tante frasi fatte: “si sieda, si spogli, dica 33, inspiri profondamente, non è grave, sopravviverà”.

Con le donne sarebbe impossibile. Meglio dire che con le mie donne, cioè le pancione in sala parto, non c’è schermaglia che tenga. Non vale lo “spinga spinga che tra due minuti nasce”, non attacca proprio, non se la bevono. Mi guardano in faccia, mi scrutano e devono pensare, sei una donna anche tu, lo hai passato o lo passerai, non mi ingannare. E’ l’immedesimazione che mi spiazza, sarò al loro posto prima o poi e loro che di scaltrezza fanno filosofia lo sanno. C’è chi viene a partorire come fosse routine, coglie solo la gioia e non si lascia imbrattare dal resto, si protegge e non si sofferma, salta l’ostacolo con agilità e soprattutto senza guardare nel baratro attraverso cui passa la vita nascente, il terrore puro di un momento sospeso e infondo molto pericoloso. Ci sono donne che viaggiano apparentemente serene e poi proprio a metà strada guardano giù perché il richiamo è troppo forte, perché c’è chi nella vita è abituato a guardare giù esattamente come c’è chi non si fa mai domande. Ieri con Lucia ci siamo dovuti permettere il rischio di camminare piano sul ciglio del burrone. Abbiamo dovuto farlo perché il suo passato pesante le faceva da zavorra e rallentava il nostro passo, troppi ricordi-macigni per potersi godere il momento più bello senza una lacrima. E’ sempre così, le tragedie della nostra vita convivono con le estreme felicità ed ognuna chiama l’altra come se si conoscano. Così nel bel mezzo di un travaglio fantastico ti sei girata e mi hai chiesto chiamandomi per nome, come avevi letto sul cartellino e come avresti sempre fatto da quel momento : “E se dovessi morire? Se non ce la faccio?” e io ho saputo solo dirti “Aggrappati a me”. Mi hai preso per le spalle e mi hai tirato forte verso il basso scossa dalle contrazioni e dai ricordi dolorosi che tra me e te scintillavano come stelle, preziosi come tutto ciò che è irripetibile. Ad ogni contrazione hai chiamato il mio nome e mi hai chiesto di aiutarti. Io “spingi Lucia che andrà tutto bene”, tu “non ne uscirò mai, rimarrà sempre con me, tornerà a rovinare tutto”. Abbiamo camminato un bel po’ sul baratro delle domande a cui non c’è risposta, ci siamo dondolate come due donne sugli interrogativi eterni dell’essere umano, certe solo dell’incertezza delle risposte. Senza sconti e senza accontentarci, senza parole. Con un grosso sospiro alle 17:10 ci ha raggiunto Francesca, abbiamo detto la N. 3, tu l’hai allattata nervosa, senza pace, senza silenzio. Troppe voci, troppi schiamazzi. Poi altri parti, altre ore, chiamate, risposte, urgenze, imprevisti. Alle 21.00 ti vengo a salutare, me ne voglio andare a casa e la guardia è finalmente finita. Tu mi guardi da lontano e scoppi in un pianto dirotto, di singhiozzi e di lamenti e io con te senza lacrime perché non posso farlo, ma con il tuo dolore che è il mio perché siamo due donne e per caso ci siamo incontrate oggi. Da te esce tutto e finalmente ti addormenti, compagna mia, in questo pomeriggio insieme, di bene e di male. Di Donne.

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Informazioni su sofocle83

Ho deciso di farmi questo regalo, essere qui. Sono rimasta a lungo scettica della vita dopo i 25 anni, dopo qualche attimo perso e qualche ripensamento di troppo ho deciso che era ora di darmi da fare.
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