La storia del guanto monouso e la vita nostra

Nel frammento di quella vita precedente a Budapest, quando ho capito che mi faceva paura la povertà e che mi addolorava starla a guardare.

La mattina andavo presto in quella sala parto gigante dove nessuno mi guardava mai e mi confondevo volentieri con la carta da parati sabbiosa e monotona. Partorivano decine di donne al minuto e io non arrivavo mai in tempo, perché erano molto veloci o io ero poco interessata o troppo paurosa. Mi sbrigavo e poi aspettavo sulla porta da cui si vedeva solo il piede o mezza coscia massimo, il tutto pensando di essere così discreta, ma esserci.
E’ stato il tempo del mio metabolismo, della mia accettazione. Nulla si sprecava o si buttava via troppo presto e anche io ero diventata stranamente silenziosa e parsimoniosa di sentimenti, gesti, parole. Misuravo il mio tempo e non vedevo l’ora di andare ma poi non riuscivo a stare.
Mi ricordo di momenti interminabili del pranzo dove si mangiavano zuppone di verdure insipide e io portavo una polpetta in padella su un cumulo di riso bianco. Mi invidiavano tutti. Mi sembrava che la guardassero, la super polpetta, e io la sbocconcellavo facendone briciole. Mi vergognavo.
Vedevo tutti questi neonati rossi tra le urla e le mamme che mi sembravano tutte sciatte e poco affettuose. Come se ognuna avesse troppi figli a cui badare e così l’amore si diluisse per perdersi in quelle piccole bocche vocianti.
In questo mondo un po’ sudicio e un po’ grigio i tempi morti venivano impiegati dalle ostetriche per “fabbricare ” guanti monouso. Si prendeva un grosso pacco di guanti poliuso di quelli grezzi per pulire e si impacchettavano singolarmente per farne guanti singoli. Così il medico veniva a visitare e scartava il suo guanto unico che appariva in quella nuova veste ripulita. Si trattava di un compito semplice e continuo ma si faceva attenzione affinché non mancassero mai negli scaffali.
Dopo quasi 10 anni penso a questa scena semplice e bella, di dignità, e rivaluto quei pomeriggi lunghi in cui non imparava la mano ma si forgiava il cuore.
A volte penso alla mia vita come ad un insieme di fotogrammi in fila, ci vorrebbe una bella canzone anni 80 di Vasco e qualche lacrima. Mi rendo conto che il senso si vede da lontano e che la prospettiva ci cambia la storia.
Avere io la forza di chi impacchettava quei guanti, o almeno la dignità di credere che quel gesto li facesse diventare monouso.

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Ho deciso di farmi questo regalo, essere qui. Sono rimasta a lungo scettica della vita dopo i 25 anni, dopo qualche attimo perso e qualche ripensamento di troppo ho deciso che era ora di darmi da fare.
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